Al momento del sorteggio per i gruppi di Champions League, in quello che sembra ormai un distante pomeriggio di fine agosto, il tifo interista si divideva in due fazioni: chi preferiva un girone comodo, in modo da avere strada facile verso gli ottavi di finale di una coppa non disputata dalla stagione 2011/2012, e chi invece gradiva il sorteggio di almeno una big d’Europa, così da far rivivere ai supporter nerazzurri le grandi notti europee che appartengono al Meazza. La Dea Bendata non fu particolarmente benevola quando ci assegnò al gruppo della morte, affiancandoci al Barcellona, al Tottenham e al Psv Eindhoven. Se in quel momento regnò soprattutto lo sconforto per essere capitati nel girone sicuramente più ostico dell’intera fase iniziale della competizioni, nondimeno crebbe l’interesse verso quello che sarebbe stato il comportamento della squadra in match così complessi.

Oltre due mesi dopo, il 6 novembre, è notte di gala a San Siro, vestito del suo miglior abito. Il Barcellona di Valverde, già vittorioso nella sfida del Camp Nou, si presenta da primo in classifica al cospetto di un’Inter reduce dalle due convincenti prestazioni con Lazio e Genoa in campionato. L’atmosfera è elettrica, e nel pre-partita, nel territorio antistante la Scala del Calcio, c’è enorme curiosità. Riusciremo a capovolgere pronostici e aspettative? I catalani, arrivati a Milano con un Messi rimasto in tribuna perchè ancora convalescente, sono davvero così superiori? Gli spalti si riempiono rapidamente, i fischi all’annuncio della formazione blaugrana sono assordanti, anche in ricordo della rivalità nata in quell’indimenticabile serata del 28 aprile 2010, il clima è davvero torrido. Il pubblico ci crede.

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L’atmosfera del Meazza. Credits: Official Inter Twitter

Dominio Barça

Forse è proprio perché percepisce di dover sopire, almeno inizialmente, il rumore del popolo nerazzurro, la squadra spagnola parte a spron battuto, spaventando subito Handanovic con una percussione di Dembelé, l’uomo scelto da Ernesto “El Txingurri” Valverde per sostituire Lionel Messi. L’Inter, forse avvertendo una tensione psicologica a cui non è minimamente abituata, perlomeno in sfide europee di questa portata, subisce il colpo e staziona nella sua metà campo senza riuscire a trovare il bandolo della matassa. Il piano di mister Spalletti, così lucidamente chiarito in conferenza stampa, è quello di controbattere colpo su colpo alle azioni dei blaugrana sul loro stesso terreno: pressing, uscita bassa, manovra palla a terra. E’ un rischio enorme ma calcolato da parte dell’allenatore nerazzurro, e denota il suo grande coraggio, così come quello dei suoi giocatori che cercano di seguirne le direttive. Nel percorso di crescita dell’Inter verso l’alto, è ritenuto, a mio avviso correttamente, più utile soffrire seguendo la propria identità che non snaturandosi per adattarsi alla situazione contingente. Ne consegue che il primo tempo è praticamente un monologo catalano: il Barcellona palleggia sia a centrocampo che nella trequarti avversaria, e lo fa con un tale ritmo e una tale disinvoltura da lasciare senza fiato. Nonostante l’assenza di Messi, gli azulgrana danzano sul campo, irretendo con il loro ipnotico possesso palla sia giocatori che tifosi nerazzurri. Lo devo ammettere: era da tempo che non vedevo il Barcellona su questi altissimi livelli di gioco, e l’impressione che se ne ricava dagli spalti è quella di una squadra che tiene perfettamente le distanze, aggredisce con i tempi giusti e trova perennemente lo scarico per il giocatore libero.

La passmap dei blaugrana evidenzia questa impressione di simmetricità e completa copertura degli spazi.

Un’orchestra di finissimi concertisti a cui manca solo il suo primo violino. All’Inter non rimane che pressare il più alto possibile, finendo però con il commettere il grave errore di girare a vuoto e accettare i ritmi altissimi imposti dagli avversari: è una scelta che lascia campo aperto ad alcune ripartenze micidiali che si concludono con delle parate di Handanovic o con degli uno contro uno diretti con gli attaccanti blaugrana. Di particolare attrattiva è il duello rusticano ingaggiato da Milan Skriniar e Luis Suarez: contro un cannibale dell’area di rigore qual è il Pistolero, quasi tutti i difensori sono destinati a soccombere; non è il caso dello slovacco, che si conferma tra i primi interpreti del ruolo e concluderà la partita con 6 contrasti vinti (secondo solo a Brozovic con 7). La prima metà del match si conclude 0-0, con la netta sensazione di generale inadeguatezza ad un contesto del genere per l’undici interista: se si esclude infatti un pallone alzato sopra la traversa da Asamoah nell’area piccola su grande discesa di Perisic, l’Inter non costruisce importanti azioni da gol, pur dimostrandosi volenterosa e generosa.

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Skriniar e Icardi. Credits: Official Inter Twitter

La ripresa, proseguendo sulla falsariga del primo tempo, non presenta novità sostanziali, né di formazione né di atteggiamento. E’ tuttavia chiaro che, se Spalletti vuole che l’Inter esca indenne da questo durissimo confronto, qualcosa va cambiato. E’ soprattutto sulle condizioni di Nainggolan che il pubblico si interroga: il Ninja è palesemente acciaccato ed è sempre risultato in ritardo sia sui rimorchi al limite dell’area che sull’aggressione alla prima impostazione del Barcellona, condotta da Busquets e Piqué. La sua serata negativa ha avuto ripercussioni anche sul rendimento del resto del centrocampo, con Brozovic, sempre perfettamente schermato da Arthur, e Vecino costantemente presi in mezzo dalla mediana spagnola, con letture spesso sbagliate sulle ricezioni e sulla lotta per le seconde palle.

Piccoli cambiamenti

La sostituzione di Borja Valero per il belga porta quindi in dote ordine e razionalità in un reparto che sta andando pericolosamente in asfissia: ed è da quel momento che la partita prende un’altra strada. Subito viene creata una grande occasione con Politano che spedisce a lato uno splendido cross di Perisic. L’ala romana, agendo sulla fascia presieduta da Jordi Alba (il più offensivo dei due terzini blaugrana), nell’arco dei suoi minuti in campo ha causato spesso grattacapi ai difensori del Barça, anche se al termine della gara, dei 6 dribbling compiuti, solo due andranno a buon fine.
In generale, quindi, grazie alla presenza di Borja Valero, l’Inter si mostra più sicura nella gestione della palla, meno ansiosa e meno precipitosa. Lo stadio torna a scaldarsi, e trova anche il tempo di ingaggiare una polemica con lo snervante Suarez, tanto straordinario come attaccante quanto fastidioso come personaggio.
All’ingresso di Malcom, obiettivo estivo dei nerazzurri, una certa preoccupazione serpeggia sulle tribune: sarebbe perfettamente interista subire la doccia gelata da quello che doveva diventare un nostro giocatore. Neanche a dirlo, è quello che succede: persa una sanguinosa palla a centrocampo da un de Vrij un po’ in ambasce, Coutinho, vanamente inseguito da Brozovic, serve il connazionale ex Bordeaux che, con una splendida giocata di anticipo, prende il tempo ad Handanovic e lo trafigge.

Il clima a San Siro è funereo: c’è chi non crede in una rimonta; chi si lamenta, legittimamente, che quella fosse una giusta situazione per spendere un fallo tattico; chi invece invoca una reazione. Spalletti non si arrende e inserisce Lautaro Martinez per un Brozovic ormai in difficoltà, e arriva la svolta. Il Toro, con una giocata da autentico numero 10, recupera un pallone vagante, lo pulisce e lo manda in area, trovando in Vecino il solito uomo del destino, onnipresente nei momenti clou: rimpallo su Piqué e gol di Icardi, che da vero ariete si gira e fa esplodere San Siro. L’entusiasmo è incontenibile, e credo che la terra abbia tremato a Milano in quel momento: Icardi raccoglie lui stesso la palla dalla porta e la poggia sul dischetto del centrocampo, con la chiara intenzione di tentare l’ulteriore impresa. Non si verifica il replay della sfida al Tottenham, anzi il Meazza deve attendere tre lunghissimi minuti di recupero, spesi ad osservare il Barcellona palleggiare da maestro sulla trequarti interista, prima di poter finalmente esultare per un punto che potrebbe rivelarsi decisivo per le sorti del girone.

Discorso qualificazione

Se i catalani ottengono la matematica promozione agli ottavi, l’Inter dovrà sudare nella temibile trasferta di Londra, in casa di un redivivo Tottenham, capace di piegare con carattere tutto britannico un coriaceo PSV solo nel finale.
L’Inter andrà in Inghilterra con due risultati su tre a disposizione, con rinnovate certezze e ambizioni rilanciate. Se è vero che il Barcellona, al momento forse la miglior squadra al mondo per livello di gioco e personalità, si è dimostrato complessivamente troppo superiore per poter essere impensierito seriamente, il Tottenham è avversario molto più alla portata, sebbene insidiosissimo nella sua imprevedibile volubilità. L’attesa per la decisiva sfida del Wembley Stadium è cominciata alle 22.49 di martedì, e il 28 novembre è già cerchiato in rosso sul calendario.

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